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Il red carpet è posizionamento in un solo fotogramma

Immagine del redattore: Romina Tosi
Romina Tosi
27 ago
Tempo di lettura: 5 min

Sul red carpet vediamo un abito per pochi secondi. In quel tempo il brand dichiara chi vuole vestire, quale idea di bellezza sostiene e quanto sa adattare i propri codici senza perderli.


La 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia inizierà il 2 settembre. Tra poco arriveranno le classifiche dei look, le scollature misurate al centimetro e le inevitabili sentenze. Utili per alimentare la conversazione, molto meno per capire che cosa abbia costruito davvero un’immagine.


Venezia conosce il potere dell’apparizione dal 1932. La prima edizione della Mostra si tenne sulla terrazza dell’Hotel Excelsior. Dopo la proiezione inaugurale di Dr. Jekyll and Mr. Hyde ci fu un grande ballo, raccontato dalla stampa dell’epoca anche attraverso la ricercatezza degli abiti. Sullo schermo apparivano Greta Garbo, Joan Crawford, Norma Shearer e Clark Gable.


Il tappeto rosso sarebbe arrivato dopo. La costruzione pubblica della star era già cominciata.


Un nome noto porta attenzione. Non sempre porta identità


La celebrity arriva con un corpo, una reputazione, un pubblico e un modo preciso di occupare lo spazio. Il brand aggiunge silhouette, materia, colore e styling. La riuscita dipende dal rapporto tra questi elementi, non dalla loro semplice presenza nella stessa fotografia.


Se la relazione non funziona, vediamo prima la persona e poi cerchiamo nella didascalia chi l’ha vestita. Il marchio ottiene una citazione, forse migliaia. Non necessariamente costruisce riconoscibilità.


La scelta della celebrity dovrebbe partire da ciò che il brand vuole rendere visibile. Una maison che lavora sulla sottrazione può perdere precisione dentro un abito concepito soltanto per dominare la scena. Un marchio costruito su sensualità e movimento può diventare inspiegabilmente rigido se veste una persona estranea a quel linguaggio.


Succede anche il contrario. Il brand viene utilizzato per attribuire alla celebrity un posizionamento che ancora non possiede: più autorevole, più sofisticato, più trasgressivo. A volte l’operazione riesce. In altri casi si vede il tentativo prima del risultato.


Il celebrity dressing richiede adattamento, ma ha un limite. Se per avvicinare il capo alla persona si eliminano tutti i caratteri della maison, resta un buon abito da sera senza un autore riconoscibile. Se il brand impone ogni codice senza considerare corpo e personalità, la celebrity sembra una modella sostituita all’ultimo momento.


Il fitting è già art direction


Il fitting viene spesso ridotto a una verifica tecnica. Orlo, cerniera, spalline, fine della storia. Sul red carpet decide invece postura, proporzione e sicurezza. Quindi decide la fotografia.


Una spalla spostata di poco cambia il rapporto tra volto e abito. Un punto vita troppo alto accorcia il busto. Una coppa rigida modifica la postura, mentre uno strascico pesante rallenta il passo e porta la persona a controllare continuamente ciò che accade dietro di lei. Anche la trasparenza deve essere verificata sotto una luce simile a quella dei flash. Guardare il capo nello specchio del camerino non basta.


Poi arrivano le scarpe. Cambiano altezza, inclinazione del bacino e caduta della gonna. I gioielli modificano il peso visivo della scollatura. Capelli e make-up possono sostenere il linguaggio dell’abito oppure aggiungere un secondo racconto che nessuno aveva chiesto.


In sfilata un look appartiene a una sequenza e viene visto in movimento. Sul red carpet deve reggere frontalmente, di profilo, da vicino e a figura intera. Deve funzionare mentre la persona cammina, si ferma, si gira e raggiunge il cast. Tutto in pochi metri, con decine di fotografi davanti.


La domanda utile durante il fitting non è soltanto “le sta bene?”. Bisogna capire se quella proporzione appartiene alla persona, se conserva il carattere del marchio e quale immagine produrrà fuori dalla stanza.


Il cinema lavora da sempre su questa precisione. Il costume colloca il personaggio in un’epoca, ne segnala il ruolo sociale e può mostrarne il cambiamento prima che lo faccia il dialogo. Nel 2022 la Biennale ha premiato la costumista Arianne Phillips, riconoscendo vestiti, tessuti e accessori come strumenti narrativi capaci di definire la psicologia dei personaggi.


Sul red carpet il tempo narrativo si riduce. L’abito continua a parlare.


Quando il look prolunga il film


Nel 2021 Zendaya arrivò alla première di Dune con un abito Balmain in pelle color carne, costruito sul corpo con un effetto bagnato. La scelta non riproduceva un costume del film. Ne riprendeva la dimensione materica, fisica e quasi irreale.


La superficie modellata sul corpo apparteneva alla ricerca di Olivier Rousteing per Balmain. Il modo di indossarla apparteneva a Zendaya. Il riferimento a Dune restava leggibile senza trasformare l’attrice in un personaggio promozionale. Il look teneva insieme tre identità e nessuna appariva applicata dopo.


Nel 2024 Jenna Ortega ha seguito una strada diversa per Beetlejuice Beetlejuice. Il Dior rosso indossato a Venezia riprendeva l’abito da sposa di Lydia Deetz nel film originale. Il riferimento era diretto, ma la costruzione aggiornata evitava la replica.


Questi casi spiegano perché il method dressing può funzionare. Il guardaroba promozionale utilizza colori, forme o dettagli del film e li traduce attraverso la celebrity e il linguaggio della maison. La traduzione è il passaggio decisivo. Senza quella, rimane la citazione. Se ogni uscita riproduce un fotogramma, dopo il terzo look si vede soprattutto il piano editoriale.


Un abito può anche essere spettacolare senza avere alcuna relazione con il film. Non è automaticamente un errore. Il red carpet resta uno spazio di rappresentazione, non un’estensione obbligatoria della sceneggiatura. Il problema nasce quando il volume, la nudità o la lavorazione attirano tutta l’attenzione e il brand non lascia altro che un effetto.


La fotografia deve tornare nel prodotto


Nel 2025 alcune maison hanno usato Venezia per anticipare i primi segnali delle nuove direzioni creative, prima delle sfilate. Un photocall può offrire a un designer appena nominato una visibilità difficile da ottenere con un’immagine di backstage. Può anche bruciare un’idea ancora priva di contesto.


Sul red carpet il look è isolato. Non dispone della sequenza di collezione, dello spazio della sfilata o del lavoro completo sul casting. Per questo ogni scelta viene letta come una dichiarazione: una nuova silhouette, un diverso rapporto con il corpo, un cambio di donna o di tono.


L’immagine funziona davvero quando quella dichiarazione non finisce sul tappeto.


Il linguaggio mostrato deve poter rientrare nella collezione, nella campagna e nel prodotto. Non significa trasformare un abito couture in una versione commerciale. La relazione può passare dalla proporzione di una spalla, dal controllo del volume, da un trattamento della superficie, dal colore o dal modo in cui il brand rappresenta la donna.


Se dopo la fotografia non ritroviamo nulla di tutto questo, la maison ha ottenuto visibilità. Il posizionamento è rimasto a Venezia.


Romina Tosi

 

 

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