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Galliano per Zara: il caso studio che stiamo costruendo

Immagine del redattore: Romina Tosi
Romina Tosi
23 ott
Tempo di lettura: 7 min


L’ennesimo articolo a due mani dal confronto tra Romina Tosi e Matteo Pegoraro:


Re{form}, le aspettative sul prodotto e le prime recensioni. Con una domanda ancora aperta: che cosa stiamo pagando, e che cosa troviamo quando apriamo la scatola?


Le Mary Jane di Matteo sono ancora in sospeso. La nostra conversazione su Galliano per Zara, invece, non si è più fermata.


Prima abbiamo discusso del progetto. Poi delle fotografie, dei prezzi, delle costruzioni che avremmo voluto esaminare. Adesso nel confronto sono entrate le recensioni di chi i prodotti li ha ricevuti o visti dal vivo. Alcune raccontano una delusione, altre restituiscono un quadro meno uniforme.


Noi non abbiamo ancora esaminato direttamente i capi. Vale la pena dirlo subito: questo caso studio sta crescendo attraverso informazioni pubbliche e una discussione professionale, non attraverso una nostra prova della collezione.


Il desiderio, però, quello l’abbiamo già verificato. Le scarpe ci piacciono parecchio. È sul resto che continuiamo a farci domande.


Come siamo arrivati fin qui

 

Il confronto è cominciato dopo il mio articolo su Galliano, il Met e Zara. Matteo mi aveva scritto e, da quel primo scambio, era nato a due mani  «La moda corre. Ma cosa sta costruendo?».


Ci interessava capire come il lavoro di Galliano potesse trovare spazio dentro l’organizzazione di Zara. Quanto tempo per la ricerca? Quali competenze? Quali condizioni per conservare il disegno quando deve diventare un prodotto ripetibile?


All’inizio tendevo a leggere l’operazione come un possibile cambiamento del DNA di Zara. Matteo ha introdotto una distinzione che mi ha fatto precisare il ragionamento: una stessa organizzazione può sostenere proposte diverse, con risorse e filiere adatte a ciascuna. Una collezione più complessa non dimostra, da sola, che tutto il marchio stia cambiando.


Condivido questa lettura. Vorrei però vedere quanto del lavoro sviluppato per Re{form} rimarrà circoscritto al progetto e quanto potrà entrare nell’offerta più ampia.


Non conosciamo i tempi effettivi di sviluppo, le condizioni economiche o le scelte produttive interne. La dimensione di Zara ci dice che cosa potrebbe sostenere. Il risultato va osservato sui prodotti.


«Troppo care per essere Zara»

 

A un certo punto abbiamo fatto due piccoli esperimenti, senza alcuna pretesa di descrivere il mercato.


Matteo aveva chiesto a un’amica se, davanti alla collaborazione, vedesse Zara o Galliano. La risposta era stata immediata: Galliano.


Io avevo mandato le fotografie delle Mary Jane a un’amica abituata ad acquistare calzature di lusso. Le piacevano, ma le trovava troppo care per essere Zara.


Quel «per essere Zara» continua a interessarmi.


Matteo considera riduttivo chiedersi quale dei due nomi stiamo comprando. Se il prodotto è straordinario e il prezzo è sostenibile per chi lo desidera, può convincere per ciò che è. Il valore nasce anche da quello che Galliano e Zara riescono a costruire insieme.


Io torno al momento precedente: prima di prenderlo in mano, qualcuno deve aver considerato credibile quella spesa. Il nome può avvicinare al prodotto oppure creare una resistenza.


Le due osservazioni possono convivere. Un cliente può arrivare per Galliano e restare colpito dal prodotto. Un altro può fermarsi davanti al prezzo perché continua a usare Zara come riferimento. Non sappiamo quanto siano diffuse queste reazioni. Sappiamo che, nel nostro confronto, hanno prodotto domande diverse.


Le scarpe che volevamo girare sottosopra

 

Sulle Mary Jane ci siamo fermati a lungo.


Io guardavo il tacco che risale sul posteriore, il raccordo con la suola, quella linea che cambia la lettura della scarpa. Matteo, che ha lavorato sulla calzatura formale donna, voleva capire come fosse stata risolta la costruzione nella parte inferiore.


Dalle fotografie aveva individuato una lavorazione incrociata che gli richiamava soluzioni artigianali della calzatura formale. Era una lettura dell’immagine, da confermare con la scarpa in mano.


La distinzione conta. Vedere una lavorazione interessante non permette ancora di stabilire come sia stata eseguita, quanto sia precisa nei punti meno esposti o come si comporti nell’uso.


Matteo aveva cominciato a considerare l’acquisto anche per studiare e conservare la scarpa. Sua sorella, inizialmente possibile destinataria del regalo, rischiava già di perderla prima dell’arrivo.


Da lì abbiamo aggiunto una domanda sul pubblico. Chi acquista per archivio cerca qualcosa di diverso da chi vuole indossare il prodotto ogni settimana. Anche il significato di un secondo acquisto cambia: tornare per completare una raccolta non racconta la stessa esperienza di tornare perché una scarpa ha calzato bene.


Poi sono arrivate le recensioni

 

Nel materiale che ho condiviso con Matteo c’è il reel di Sia. Nella didascalia riportata nella nostra conversazione, dichiara il proprio amore per Galliano e racconta di aver atteso la collezione per mesi; lamenta poi colla e finiture disordinate.


È una testimonianza attribuita a chi la pubblica. Non l’abbiamo verificata sul prodotto e non la usiamo per descrivere tutta la collezione. Ci interessa il passaggio che racconta: l’aspettativa era già alta, il prodotto ricevuto avrebbe incrinato quell’entusiasmo.


La recensione di Andrea Cheong, pubblicata il 1° ottobre, aggiunge una lettura articolata. Cheong valuta l’incontro con Re{form} meglio di quanto si aspettasse e apprezza l’esecuzione di alcuni capi in tessuti difficili. Su altri contesta materiali, finiture e rapporto con il prezzo. Solleva anche il dubbio su quanto certi bordi e segni di lavorazione risultino comprensibili come scelte intenzionali. Sono valutazioni sui pezzi da lei esaminati, non una verifica dell’intera produzione.


Tenere insieme osservazioni diverse è più utile che cercare soltanto conferme alla propria posizione. Un capo ben eseguito merita di essere riconosciuto. Un problema documentato richiede di essere circoscritto e capito.


La complessità non certifica l’esecuzione

 

Matteo mette a fuoco una distinzione precisa: la complessità del progetto e la qualità dell’esecuzione vanno valutate separatamente.


Una costruzione può richiedere molto lavoro e arrivare al cliente con una finitura approssimativa. Una soluzione più semplice può essere eseguita con grande cura. Per capire che cosa abbiamo davanti bisogna entrare nel particolare.


Anche la decostruzione richiede questa attenzione. Un bordo vivo può appartenere al disegno. Per valutarlo devo capire come è stato tagliato, dove si trova, quali sollecitazioni riceve e come dovrebbe comportarsi. Il fatto che appaia irregolare non basta per chiamarlo difetto; il richiamo al linguaggio del designer non basta per considerarlo riuscito.


Su un eventuale residuo di colla, invece, la verifica riguarda quel punto, il materiale e la sua pulizia. Il nome sull’etichetta non può dare la risposta.


Non abbiamo elementi per attribuire i problemi segnalati a una fase precisa. Potrebbero riguardare esecuzione, controllo o altro ancora: servirebbero riscontri. Possiamo però formulare la richiesta che consente di lavorarci: quale articolo, quale zona, quale anomalia, con quale frequenza?


Il tempo serve, ma per verificare che cosa?

 

Matteo continua a sospendere il giudizio complessivo: prima vedere il prodotto, poi dargli tempo.


Sul secondo passaggio ho sentito il bisogno di precisare.


Il tempo ci aiuterà a capire come invecchiano i capi, se conservano la forma e se chi li indossa desidera tornare. Servirà anche per osservare se la collaborazione mantiene una continuità creativa ed economica.


Alcune verifiche cominciano però aprendo la scatola. Se vengono confermati residui di colla o parti che aderiscono dove non dovrebbero, la risposta va cercata subito. Aspettare una stagione non rende più leggibile quel problema.


Matteo condivide la precisazione: «La qualità dell’esecuzione si verifica già al primo contatto con il prodotto». Distingue questa prima verifica dal tempo necessario per comprenderne il comportamento e la durata, e da quello che servirà per valutare la continuità del progetto.


Poi aggiunge un punto: dopo l’apertura del pacco, il prodotto dovrà «continuare a meritare un posto nel guardaroba». Il confronto tra aspettativa e capo ricevuto comincia subito e prosegue indossandolo. Quanto al look completo, mi conferma che la tentazione resta.


Dal pacco al prossimo acquisto

 

Nel mio articolo sulla scheda prodotto come primo fitting senza il capo mi ero fermata sulle informazioni necessarie per scegliere online. Ora il confronto si sposta su quello che accade dopo il pagamento: che cosa arriva, come veste, quanto corrisponde a ciò che avevamo capito.


La domanda di Matteo sul valore resta aperta. Un sistema industriale e distributivo diverso da quello di una maison può sostenere un prodotto sofisticato con una struttura economica differente. Per confrontarli servono però informazioni sui prodotti e sulle condizioni che li rendono possibili. Un prezzo più basso rispetto al lusso non certifica un affare; un prezzo alto rispetto all’offerta abituale di Zara non dimostra che il capo non lo valga.


Intanto le Mary Jane restano da esaminare. Io vorrei ancora vedere l’abito fuori, dentro e in movimento. Matteo vorrebbe anche osservare come i pezzi funzionano insieme, oltre che singolarmente.


Il caso studio continua da queste verifiche mancanti.


Per chi ha già acquistato Re{form}: quale dettaglio, una volta aperto il pacco, vi ha fatto confermare o cambiare l’opinione che vi eravate costruiti dalle immagini?


Romina Tosi & Matteo Pegoraro




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