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Il Made in Italy ha ancora un linguaggio creativo contemporaneo?

Immagine del redattore: Romina Tosi
Romina Tosi
24 ago
Tempo di lettura: 7 min

Il peacoat che avevamo davanti non era italiano. Era un capo degli anni Cinquanta della Marina militare britannica, trovato durante una delle ricerche che facevamo da A.N.G.E.L.O., a Lugo di Romagna, quando lavoravo in Guru.


Era pesante, costruito per proteggere dal vento e dal freddo, non per diventare un oggetto di moda. Ne osservavamo il volume, il doppio petto, il collo, il modo in cui il tessuto dava struttura alle spalle. Il nostro obiettivo non era riprodurlo.


Quel capo era un punto di partenza.


Lo abbiamo riletto attraverso materiali più confortevoli, proporzioni adatte al presente, stampe e ricami capaci di portarlo nel linguaggio di Guru. Dal peacoat sono poi nate felpe, T-shirt e pantaloni. Il riferimento militare si è trasformato in una famiglia di prodotti coerenti, senza restare prigioniero dell’originale.


La provenienza del capo d’archivio era britannica. Il modo in cui lo abbiamo osservato, smontato e rimesso in circolo apparteneva alla cultura progettuale italiana.


Questo episodio contiene una parte importante della risposta alla domanda: il Made in Italy ha ancora un linguaggio creativo contemporaneo?


Sì, quando riesce a trasformare ciò che conosce. Molto meno quando si limita a esporre la propria storia.


Che cosa riconosciamo prima di leggere l’etichetta


Made in Italy indica una provenienza, regolata da criteri produttivi e doganali precisi. È una definizione necessaria, ma non basta a descrivere l’identità di un prodotto.


Un capo dovrebbe dichiarare la propria cultura prima che venga cercata l’etichetta interna. Lo fa attraverso il modo in cui cade sul corpo, il rapporto tra volume e materia, la costruzione di una spalla, la posizione di una tasca, il peso di una fodera, il disegno di una cucitura.


Chi lo indossa non percepisce queste decisioni una alla volta. Avverte che il capo è stato pensato, provato e corretto. Che qualcuno ha osservato come si muove, non soltanto come appare in fotografia.


La riconoscibilità italiana non dipende da un solo codice estetico. Esistono l’eleganza rigorosa, la leggerezza della sartoria destrutturata, il colore, l’ironia, la sensualità e la precisione industriale. A unirli è una capacità molto italiana di tenere insieme costruzione e naturalezza, cultura alta e vita quotidiana, disciplina tecnica e libertà.


Il problema nasce quando il Made in Italy viene ridotto a pochi simboli facilmente comunicabili: l’atelier, l’archivio, il gesto dell’artigiano, il paesaggio italiano. Sono immagini vere, ma raccontano l’origine del sapere. Non dimostrano che quel sapere sia ancora creativo.


La contemporaneità richiede una posizione sul presente.


Costruire senza irrigidire


Ho sempre amato la capacità italiana di trasformare la materia senza soffocarla.


Un tessuto non viene scelto soltanto perché è bello al tatto o prezioso nella composizione. Bisogna capire che cosa può diventare. Quanto volume riesce a sostenere, come reagisce alle cuciture, se accompagna il corpo oppure lo costringe, se il suo peso è coerente con l’uso reale del capo.


La proporzione nasce da questo dialogo. Non è un disegno astratto da imporre al materiale.


Anche una variazione minima cambia tutto: una spalla leggermente più morbida, una manica con maggiore libertà, un collo ridimensionato, una lunghezza che sposta il baricentro della figura. A volte bastano pochi millimetri per rendere un capo naturale oppure rigido, attuale oppure già visto.


È un lavoro fatto di prove, campioni e correzioni. La prima versione raramente è quella giusta. Il capo va indossato, guardato in movimento, aperto, chiuso, stratificato. Deve funzionare quando la persona cammina, si siede, alza un braccio o mette le mani in tasca.


Questa attenzione permette di accogliere volumi nuovi senza ridurli alla caricatura di una tendenza. Consente anche di lavorare sulla superficie senza perdere il controllo della forma.


Un esempio recente arriva dalla collezione Prada Uomo Autunno/Inverno 2026, intitolata Before and Next. Miuccia Prada e Raf Simons hanno presentato camicie, giacche e maglie con polsi segnati da aloni e striature, tessuti stropicciati e superfici che sembravano già attraversate dal tempo. Quello che a una prima occhiata poteva apparire sporco o usurato era il risultato di trattamenti precisi, inseriti dentro silhouette allungate, costruzioni ridotte e dettagli sartoriali controllati. Prada li ha descritti come “impressioni della vita”, segni capaci di parlare di durata e memoria. AnOther ha osservato come le macchie sui polsi interrompessero la purezza della sartoria evocando il passaggio del tempo.


L’interesse non sta nel rendere lussuoso un capo sporco. Sta nella precisione con cui una superficie apparentemente compromessa viene sostenuta da proporzione, materia e costruzione. Senza quel controllo, il trattamento rimarrebbe un effetto. Con quel controllo diventa linguaggio Prada, riconoscibile prima del logo.


È anche un buon esempio di come il Made in Italy possa lavorare sul contrasto contemporaneo. L’eleganza non viene protetta dentro una teca. Viene messa in discussione da una traccia d’uso, da una piega, da una materia che sembra avere già una storia.


La competenza manifatturiera permette proprio questo: conoscere abbastanza bene le regole da poterle spostare. Alleggerire una costruzione sartoriale, contaminare una materia preziosa con una finitura tecnica, lasciare un dettaglio più ruvido, portare un elemento funzionale dentro un capo elegante.


Il risultato deve essere indossato, non soltanto ammirato a distanza.


Luxury, contemporary e streetwear: territori meno lontani di quanto sembrino


Luxury, contemporary e streetwear hanno economie, tempi e pubblici differenti. Possono però incontrarsi nella cultura del prodotto.


Il luxury porta la ricerca sui materiali, la complessità delle lavorazioni e una qualità presente anche nelle parti invisibili. Il contemporary deve tradurre la ricerca in un guardaroba comprensibile, versatile e sostenibile nel prezzo. Lo streetwear introduce appartenenza, grafica, uso quotidiano e volumi nati dalla strada prima che dalla sartoria.


Nessuno di questi mondi vive bene senza competenza.


Un capo streetwear non è una superficie sulla quale applicare una stampa. Una felpa ha una propria architettura: peso, mano, ampiezza del busto, rapporto tra spalla e manica, tenuta del collo e dei polsi. Un pantalone deve costruire una figura e permettere libertà. Anche una T-shirt apparentemente semplice richiede una scelta precisa di jersey, proporzioni e trattamenti.


In Guru, il peacoat militare non rimase un riferimento isolato. I suoi segni vennero tradotti in altre categorie. Un dettaglio, un volume o un tema grafico potevano passare dal capospalla alla felpa, dalla felpa alla T-shirt, fino al pantalone.


Questa è una delle possibilità più interessanti dello streetwear: trasformare un capo storico in un vocabolario di collezione. Non copiarne la forma, ma estrarne un’attitudine.


La cultura manifatturiera evita che il processo resti in superficie. Un ricamo deve avere densità, posizione e dimensione coerenti con il tessuto. Una stampa deve dialogare con la forma del capo. Un materiale più confortevole non può cancellare il carattere del riferimento. La funzionalità entra nel progetto fin dall’inizio.


Il contrasto contemporaneo del Made in Italy nasce da questi incontri: un dettaglio sartoriale su un volume street, una materia preziosa usata in una costruzione quotidiana, una citazione d’archivio indossata con sneaker e capi tecnici.


L’archivio offre profondità, ma non dovrebbe dettare lo styling.


Quando l’artigianalità diventa scenografia


Amo gli archivi, i laboratori, i tavoli da taglio, il rumore delle macchine e le mani di chi riconosce un problema prima ancora di misurarlo. Ho visto quanto sapere possa esserci in un gesto che, dall’esterno, sembra semplice.


Proprio per questo trovo pericoloso trasformare l’artigianalità in scenografia.


La comunicazione della moda mostra spesso mani che cuciono lentamente, luce calda, utensili consumati dal tempo. Intanto il prodotto viene sviluppato con calendari compressi, margini sempre più rigidi e continue richieste di modifica. L’artigiano diventa un’immagine rassicurante, mentre il tempo e il valore economico necessari al suo lavoro spariscono dal racconto.


Un sapere manifatturiero sopravvive se viene coinvolto nel progetto.


Il fornitore non dovrebbe essere chiamato soltanto per eseguire una soluzione già decisa. Può suggerire un’altra costruzione, segnalare che un materiale non reagirà come previsto, proporre una lavorazione più pulita o durevole. In quel confronto la tecnica entra nell’identità del prodotto.


Anche l’imperfezione artigianale viene talvolta imitata industrialmente. Segni irregolari, cuciture a vista, bordi apparentemente grezzi, lavaggi che simulano anni di utilizzo. Funzionano quando modificano davvero la percezione della materia e sono coerenti con il linguaggio del brand. Se vengono applicati per evocare genericamente il “fatto a mano” o il “vissuto”, diventano costume.


La collezione Prada rende visibile questo confine. La macchia costruita può essere una decisione creativa potente, ma richiede controllo tecnico e una ragione dentro il prodotto. Copiata perché ha funzionato in passerella, rischierebbe di diventare soltanto la prossima finitura da inserire nelle cartelle colore.


L’artigianalità affronta problemi concreti. Richiede tempo per provare, sbagliare e correggere. Ha bisogno di continuità, perché una competenza attivata soltanto per una capsule celebrativa difficilmente riesce a trasmettersi.


Senza lavoro stabile, formazione e riconoscimento economico, il racconto può restare pieno di immagini mentre i mestieri si svuotano.


Raccontare le decisioni, non soltanto l’origine


Per restituire forza al Made in Italy bisogna cambiare il modo in cui lo raccontiamo.


Vorrei conoscere le decisioni che hanno costruito un capo. Perché è stato scelto quel materiale. Quale proporzione è stata modificata dopo la prova. Che cosa ha suggerito il modellista. Per quale motivo una tasca è stata spostata o una costruzione alleggerita. Quale problema d’uso ha portato a cambiare una chiusura, una fodera o un trattamento.


Sono informazioni più interessanti di una dichiarazione generica di eccellenza.


Raccontare la qualità d’uso significa parlare anche di comfort, manutenzione, resistenza e possibilità di riparazione. Un prodotto dimostra il proprio valore dopo l’acquisto, quando entra nella vita di chi lo ha scelto.


La tecnologia può aiutare a rendere leggibili filiere, lavorazioni e passaggi produttivi. La trasparenza certifica ciò che è accaduto. Resta alla moda il compito di spiegare perché quelle scelte abbiano prodotto qualcosa di rilevante.


Ripenso a quel peacoat militare trovato in archivio. Non era un modello da celebrare né un’immagine da usare come sfondo. Era un oggetto da interrogare: che cosa conservare, che cosa cambiare, che cosa poteva nascere da quella struttura?


Le risposte diventarono un nuovo capospalla, poi felpe, T-shirt e pantaloni. Non una replica degli anni Cinquanta, ma una collezione capace di parlare al proprio tempo.


Il linguaggio creativo contemporaneo del Made in Italy vive ancora nella qualità di quella trasformazione.


Romina Tosi

 

 

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