La vestibilità è una scelta di posizionamento

Questo cappotto è nato da un’idea che, sulla carta, mi piaceva: uno spigato di lana, inserti in pelle, una linea regular. Il primo schizzo racconta quella direzione, con le patte nere delle tasche e la chiusura laterale a segnare il disegno del capo. C’erano un tessuto con carattere e dettagli riconoscibili. Restava da capire come avrebbero lavorato insieme, una volta indossati.
Stavo sviluppando il modello per la licenza Ki6? Who are you?, pensando a una cliente di fascia medio-alta, molto esigente sui materiali, sulle rifiniture e sulla vestibilità. Una cliente per la quale la qualità deve sentirsi anche quando infila una manica, chiude il cappotto o mette una mano in tasca. È a quei gesti, oltre che all’immagine, che penso quando lavoro su un capo.
Mi interessa che un cappotto abbia una sua presenza, ma anche che lasci spazio alla persona che lo indossa. La proporzione deve tenere insieme queste due esigenze. Uno schizzo può indicare l’intenzione; il campione ti obbliga a prendertene la responsabilità.
Per questo considero la vestibilità una scelta di posizionamento. Decidere quanto un capo accompagna il corpo, dove appoggia e quale libertà concede significa scegliere come entrerà nella vita della cliente. In questo caso, il primo prototipo mi ha fatto capire quanto fossi ancora distante dal risultato che volevo.

Quando il primo campione non basta
Il risultato non era ciò che volevo. Il fit era troppo regular e, nell’insieme, trovavo il cappotto dozzinale e poco elegante. Lo dico con la precisione che serve quando si deve decidere se proseguire o rimettere mano a un progetto: quel campione non esprimeva il livello che cercavo per Ki6? Who are you?.
Lo spigato e gli inserti in pelle, che nell’idea iniziale avevano una funzione precisa, non mi restituivano l’equilibrio desiderato. Anche la linea del capo contribuiva a quell’impressione. La vestibilità regular era troppo contenuta rispetto al comfort che volevo offrire e non dava al cappotto la presenza che avevo in mente.
Non considero lo spigato un materiale poco elegante, né il regular una vestibilità sbagliata. Il mio giudizio riguardava quel cappotto, con quel tessuto, quelle proporzioni e quei dettagli. Nel lavoro sul prodotto, questa distinzione conta: una soluzione può essere valida in generale e non essere quella giusta per il modello che stai costruendo.
Avrei potuto fermarmi a una correzione circoscritta. Ho scelto invece di ripartire dal materiale e di rivedere la proporzione, perché il problema riguardava l’intero carattere del capo. Volevo una qualità più evidente nella costruzione, un aspetto più nobile e una vestibilità capace di accogliere anche un maglione un poco più pesante. Il primo campione aveva reso chiaro il lavoro ancora da fare.

Dare al corpo lo spazio giusto
Nel secondo schizzo la direzione cambia: il cappotto acquista più agio, la linea diventa più distesa e il materiale uniforme permette di leggere meglio il disegno. La lunghezza sopra il ginocchio, le maniche ampie che arrivano al polso e la relazione tra spalla e volume definiscono l’immagine che cercavo.
Il punto di fitting era concreto: lasciare alla cliente più libertà di movimento quando, sotto al cappotto, avrebbe indossato un maglione più consistente. È una situazione normale nell’uso di un capospalla, e merita attenzione già nello sviluppo. Se la valuti soltanto su un corpo poco vestito, rischi di approvare una proporzione che nella vita quotidiana si comporta diversamente.
Ho modificato la spalla, il torace e la linea fino al fondo per ottenere una vestibilità più comfort. L’agio doveva essere distribuito: la spalla e il torace avevano bisogno di dialogare con il resto del cappotto, senza lasciare una parte più generosa e un’altra ancora trattenuta. Anche le maniche dovevano partecipare a quella libertà, mantenendo una proporzione coerente con il corpo del capo.
È qui che l’esperienza entra nel lavoro: nel capire quanto spazio serve e dove metterlo. Allargare, da solo, non è una risposta sufficiente. Cercavo un cappotto che conservasse una forma riconoscibile e permettesse alla cliente di muoversi con più agilità. Il comfort doveva appartenere al modello, essere leggibile nella sua linea.

Un materiale più nobile, una costruzione coerente
La scelta più importante è stata fare tutto il cappotto in un double di lana e cashmere. Per questo progetto era un materiale più nobile, capace di dare al capo l’aspetto che desideravo. Ho rinunciato agli inserti in pelle: volevo che fossero il tessuto, la costruzione e le proporzioni a sostenere l’eleganza del modello.
Ho scelto la lavorazione a double, con il cappotto sfoderato e le cuciture interne pulite. È una decisione che riguarda anche ciò che la cliente vede quando apre il capo o lo toglie. L’interno rimane esposto, e la cura delle rifiniture diventa parte dell’esperienza di chi lo indossa. Per una cliente così attenta alla qualità, anche quel lato del cappotto deve essere all’altezza dell’esterno.
Materiale e vestibilità, qui, appartenevano alla stessa decisione. Non mi bastava sostituire il tessuto conservando tutto il resto. La nuova costruzione e la maggiore ampiezza dovevano trovare un equilibrio: volevo che il cappotto avesse corpo, ma che la sua presenza non diventasse un ingombro nei movimenti.
Ho modificato anche la posizione e la dimensione delle tasche, dando loro più importanza. Mi interessava che diventassero un dettaglio del disegno, oltre a svolgere la propria funzione. Su una superficie più uniforme, la loro proporzione si legge con maggiore chiarezza. Dovevano stare bene sul capo e avere senso rispetto al gesto della mano che le cerca.
È questa la cura che metto nello sviluppo: continuare a guardare come una scelta modifica le altre. Una tasca più importante, una spalla rivista, un tessuto diverso cambiano la lettura del cappotto. Il risultato dipende dal rapporto che riesci a costruire tra questi elementi.

Il cappotto davanti all’obiettivo
Le fotografie di backstage appartengono allo shooting del capo finito. Arrivano dopo le decisioni sul materiale, sulla costruzione e sulla vestibilità, e mostrano il cappotto mentre viene preparato per l’immagine marketing.
Nella prima fotografia, una persona del team sistema il capo sulla modella prima dello scatto. È un momento di attenzione alla sua presentazione: il cappotto deve trovare il proprio assetto sul corpo, perché la fotografia renda leggibili la linea e i dettagli. Il fotografo è già davanti alla modella, pronto a riprendere il risultato.
Nella seconda fotografia la modella porta una mano in tasca e tiene il braccio leggermente piegato. Quel gesto rende visibile la relazione tra il volume della manica, il corpo del cappotto e la posizione della tasca. È anche un modo per leggere il dettaglio che avevo voluto rendere più importante: la tasca entra nella figura, insieme alla persona che la usa.
Guardando queste immagini, torno al motivo delle modifiche. Avevo cercato un’eleganza che potesse convivere con un uso reale, con lo spazio per ciò che si indossa sotto e con la libertà dei gesti quotidiani. Nel capo finito, quelle scelte devono appartenere alla stessa immagine. Il lavoro di sviluppo arriva fino a qui: dare una forma concreta a ciò che avevo chiesto al primo campione e che il primo campione non mi aveva restituito.

Nella fotografia usata per il marketing ritrovo il cappotto a cui volevo arrivare: il double di lana e cashmere, la linea più comfort, le tasche con una presenza precisa e un insieme più elegante. La fotografia mostra l’esterno; la lavorazione a double e la pulizia delle cuciture interne completano la qualità del capo.
Questa è stata la mia scelta di posizionamento per Ki6? Who are you?: mettere in relazione le aspettative della cliente con il materiale, la costruzione e il modo in cui il cappotto avrebbe accompagnato il suo corpo. Ci sono arrivata accettando di rivedere un’idea che sulla carta mi piaceva. È una parte del lavoro a cui tengo molto: avere cura del progetto anche quando significa cambiarlo.

Romina Tosi
Disclaimer
Questo articolo si basa sulla mia esperienza professionale diretta nello sviluppo di un cappotto per il progetto in licenza Ki6? Who are you?. Racconta le decisioni che ho preso riguardo al tessuto, alla costruzione, alla vestibilità e ai dettagli. Le valutazioni sul primo prototipo e sul capo finito esprimono il mio giudizio professionale in relazione alla cliente di riferimento e al risultato che volevo ottenere. Riguardano questo specifico progetto e non costituiscono giudizi generali sul marchio o sui suoi prodotti.
Gli strumenti di intelligenza artificiale hanno supportato la scrittura e la traduzione dell’articolo. Non sostituiscono il mio giudizio professionale né la mia responsabilità sul contenuto finale. Non vengono divulgati dati commerciali riservati e non si attribuiscono al progetto effetti misurati sulle vendite, sui resi o su altri risultati aziendali.
I riferimenti a Ki6? Who are you? identificano il contesto del progetto. L’articolo presenta il mio racconto e la mia analisi, non una dichiarazione ufficiale a nome del marchio.
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