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Da Anna Wintour agli intoccabili della moda: chi cambia davvero le regole?



Questa riflessione nasce dopo aver letto l’articolo di Vanity Fair su Anna Wintour, in cui la direttrice di Vogue indica quattro designer che considera “intoccabili”:

Karl Lagerfeld, Gianni Versace, Virgil Abloh ed Elsa Schiaparelli.



Mi ha riportato a un tema che avevo già affrontato parlando di Il diavolo veste Prada 2: la moda non sta solo cambiando strumenti. Sta cambiando potere. Dalla carta al digitale, dagli editor agli algoritmi, da un sistema verticale a uno più veloce, instabile e partecipato.


Per questo la scelta di Wintour mi sembra interessante. Non è una classifica di nomi celebri. È una selezione di persone che hanno attraversato grandi cambiamenti e hanno lasciato qualcosa che continua a contare anche quando il sistema cambia.


A prima vista questi quattro designer hanno poco in comune. Epoche diverse, linguaggi diversi, ossessioni diverse. Eppure rispondono alla stessa domanda: quando la moda cambia, che cosa resta?


Restano quelli che hanno cambiato il linguaggio. Non basta fare bei vestiti. Per quello esistono già molti comunicati stampa, purtroppo.


Karl Lagerfeld: l’istituzione che non si lascia imbalsamare


Karl Lagerfeld non ha inventato Chanel. Ha fatto qualcosa di più difficile: ha impedito che Chanel diventasse un monumento.


Quando arriva alla maison, i codici sono già consolidati: tweed, perle, camelia, bianco e nero, giacca, catena, doppia C. Lagerfeld capisce che rispettarli non basta. Se vuoi far vivere un’eredità, devi usarla, modificarla, adattarla al presente.


Il suo talento sta qui. Prende simboli fortissimi e li trasforma in un linguaggio che continua a muoversi. Ogni collezione Chanel resta riconoscibile, ma non resta ferma. Il passato non viene conservato. Viene rimesso in circolo.


In questo senso, Lagerfeld parla anche al tema dell’autorità. Incarnava l’istituzione, ma sapeva che il prestigio non garantisce il futuro. Un sistema sopravvive solo se decide cosa tenere e cosa riscrivere.


Gianni Versace: la moda prima dei social


Gianni Versace capisce presto che la moda non vive soltanto negli atelier. Vive nelle immagini, nella musica, nelle copertine, nelle celebrità e nell’immaginario collettivo.


Con lui l’abito diventa parte dello spettacolo. Oro, Medusa, stampe barocche, pelle, maglie metalliche, sensualità dichiarata. Tutto è costruito per essere visto e ricordato.


Ma ridurlo al sexy è comodo e sbagliato. Il suo contributo va oltre l’estetica. Versace capisce prima di molti che moda e cultura pop si sarebbero fuse.


Le supermodelle diventano personaggi globali. Le star diventano parte del racconto del brand. Prima dei social e dell’influencer marketing, Versace aveva già intuito che la moda sarebbe diventata immagine condivisa.


La sua eredità non è solo una silhouette. È un immaginario preciso, ancora riconoscibile oggi.


Virgil Abloh: quando il lusso cambia interlocutori


Virgil Abloh è il nome che racconta meglio il presente.


La sua rivoluzione non riguarda solo il prodotto. Riguarda chi può entrare nella moda e influenzarla.


Abloh non arriva dal sistema classico. Arriva dall’architettura, dalla musica, dalla cultura street e da internet. Con Off-White e poi con Louis Vuitton porta nel lusso linguaggi che, fino a pochi anni prima, molti avrebbero considerato marginali.


La sua forza sta nella traduzione. Legge i codici culturali del suo tempo e li porta dentro la moda. Sneaker, grafica, collaborazioni, community, riferimenti digitali: tutto diventa parte del lusso contemporaneo.


Le virgolette, le zip-tie, le frecce, le scritte sugli oggetti hanno diviso molto. E questo è il punto. Abloh rende visibile il meccanismo: un capo può essere anche citazione, commento, domanda.


Il lusso, con lui, non parla più solo dall’alto. Assorbe linguaggi nati in strada, online, nelle comunità. Cambia pubblico e cambia tono.


Elsa Schiaparelli: quando l’idea conta più della tendenza


Quando cambiano piattaforme, mezzi e regole del mercato, sopravvivono le idee. Elsa Schiaparelli lo dimostra meglio di molti.


Il rapporto con il surrealismo, le collaborazioni con Salvador Dalí, il lobster dress, lo shocking pink, gli accessori-oggetto e le forme inaspettate raccontano una moda che non vuole soltanto vestire.


Vuole sorprendere. Vuole creare conversazione. Vuole costringere chi guarda a fermarsi qualche secondo in più.


Se Chanel costruisce la propria identità sulla sottrazione, Schiaparelli la costruisce sull’invenzione. Non cerca l’essenziale. Cerca l’idea.


Ecco perché il suo lavoro resta attuale. In un periodo dominato dalla velocità e dal consumo rapido delle immagini, Schiaparelli ricorda che la moda può ancora essere pensiero. Non solo prodotto. Non solo immagine.


Gli intoccabili non sono intoccabili per caso


Anna Wintour non sceglie questi quattro nomi perché sono semplicemente famosi. Li sceglie perché ognuno ha capito un cambiamento prima degli altri.


Lagerfeld ha reinventato la tradizione senza distruggerla.


Versace ha capito che la moda sarebbe diventata cultura pop.


Abloh ha aperto il lusso a nuovi linguaggi e nuovi pubblici.


Schiaparelli ha dimostrato che le idee durano più delle tendenze.


La domanda resta la stessa: quando un sistema cambia, che cosa resta davvero?


Non restano le piattaforme.


Non restano gli algoritmi.


Non restano nemmeno le gerarchie.


Restano le persone che hanno cambiato il linguaggio.


E forse è proprio questo che rende un designer davvero intoccabile. Dopo di lui, la moda non può più tornare esattamente com’era prima.


Se doveste scegliere una persona che ha cambiato il modo in cui guardiamo le cose, non solo nella moda ma in qualsiasi settore, chi mettereste nella vostra lista degli "intoccabili"?


Romina Tosi



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