"Il diavolo veste Prada 2" non è solo un sequel, è il racconto di chi comanda davvero la moda oggi
- Romina Tosi
- 10 giu
- Tempo di lettura: 6 min
Finalmente ho visto il tanto commentato "Il diavolo veste Prada 2".
Nel primo film mi riconoscevo. Dinamiche, gerarchie, crudeltà leggere e violenze sottili, anche quando il cinema le portava al limite. Nel secondo ho avuto soprattutto la sensazione di guardare un’operazione commerciale vestita benissimo.
Liquidarlo come sequel nostalgico, però, sarebbe comodo e basta. Dietro il ritorno di Miranda, Andy, Emily e Nigel c’è un’idea più interessante. Il racconto di una moda che, dal 2006 a oggi, ha cambiato centro di potere.
Allora contavano le riviste, le direttrici editoriali, le copertine, il giudizio di pochi. Oggi contano i grandi gruppi del lusso, i budget pubblicitari, le piattaforme, le celebrity, gli influencer e la capacità di trasformare ogni immagine in valore.
Per capirlo, bisogna partire da una domanda semplice: perché proprio Prada?
Il film del 2006 non scelse Prada al posto di Gucci per caso. Il titolo arrivava dal romanzo di Lauren Weisberger , pubblicato nel 2003, ma quel nome funzionava perché intercettava un immaginario preciso.
Tra il 2003 e il 2006 Prada rappresentava un lusso freddo, intelligente, severo, vicino al potere. Non era solo una griffe nota. Era un codice culturale.
Sotto Miuccia Prada e Patrizio Bertelli, una pelletteria milanese fondata nel 1913 era diventata una delle realtà più raffinate del lusso internazionale. Poi erano arrivati Miu Miu , la Fondazione Prada e gli Epicenter di New York, Tokyo e Los Angeles: luoghi in cui moda, architettura e cultura contemporanea dialogavano prima che “ibridazione” finisse in ogni comunicato stampa.
Gucci avrebbe raccontato altro. Dopo Tom Ford evocava sensualità, jet set, provocazione, glamour, sesso. Prada parlava di controllo, rigore, minimalismo, intelligenza e di un certo elitismo.
Miranda Priestly non è solo ricca o elegante. È glaciale, precisa, inaccessibile. Il diavolo veste Gucci avrebbe avuto un suono più vistoso. Il diavolo veste Prada taglia meglio.
Conta anche la musicalità. “Prada” è breve, riconoscibile, internazionale. In inglese The Devil Wears Prada ha ritmo, resta in testa, non ha bisogno di spiegazioni.
C’è poi un dettaglio rivelatore: nel primo film Miranda non veste soprattutto Prada. Patricia Field costruì il suo guardaroba evitando l’effetto catalogo; anche la trasformazione di Andy passa più da Chanel che da Prada.
Questo chiarisce il punto. Prada non era semplice product placement. Era un segno. Nel 2003 era il nome giusto per raccontare potere, esclusività e controllo.
Il ritorno di Il diavolo veste Prada nasce dall’incrocio tra nostalgia, anniversario, mercato e attualità del tema. Il film del 2006 è diventato un cult, ha superato i 326 milioni di dollari al botteghino mondiale e ha fissato un immaginario ancora riconoscibile.
Riportarlo al cinema vent’anni dopo significa parlare a chi lo aveva amato allora, ma anche a chi oggi conosce Miranda più come icona social che come personaggio cinematografico. Il contesto, però, è cambiato abbastanza da giustificare una nuova storia.
Nel primo film il potere passava da riviste, editori, direttrici editoriali e direttori creativi. Nel sequel Miranda si muove in un mondo in cui l’editoria tradizionale arretra e una testata sopravvive anche grazie a chi controlla pubblicità, accesso e rapporti con i grandi marchi.
Emily, un tempo assistente schiacciata dalla macchina, è diventata una figura potente nell’industria del lusso. Il ribaltamento è chiaro: nel 2006 Emily serviva Miranda. Oggi Miranda deve fare i conti con ciò che Emily rappresenta.
Quanto ha inciso Prada Group sull’operazione? Come aura, moltissimo. Come regia diretta del progetto, non risultano indicazioni ufficiali. Il diavolo veste Prada 2 resta una produzione Disney e 20th Century Studios, diretta da David Frankel e scritta da Aline Brosh McKenna.
Questo non riduce il peso simbolico del marchio. Nel 2026 Prada è ancora più centrale nel sistema: controlla Prada, Miu Miu, Church’s, Car Shoe, Marchesi, Luna Rossa e Versace. Nel 2025 ha registrato ricavi per 5,718 miliardi di euro, in crescita del 9%. Non proprio una bottega di quartiere.
Il marchio narrativo Il diavolo veste Prada torna quindi perfetto. Nostalgia anni Duemila, cast iconico, moda trasformata in contenuto virale, crisi delle riviste e centralità dei grandi gruppi del lusso.
Prada non è solo una parola nel titolo. È la chiave per leggere il sistema che il film rimette in scena.
Nel primo film Miranda Priestly era la regina di Runway: decideva cosa fosse elegante, desiderabile, rilevante. La sua figura, legata nell’immaginario ad Anna Wintour, rappresentava il potere editoriale nella sua forma più netta: freddo, selettivo, temuto, decisivo.
Non era solo una direttrice di giornale. Era il filtro attraverso cui la moda diventava autorità.
Nel sequel quel dominio non è più intoccabile. Miranda conserva prestigio, reputazione e carisma, ma deve difendere il proprio ruolo in un sistema che non risponde più solo al gusto editoriale.
La carta stampata non scompare, ma perde il monopolio. Le copertine contano ancora, ma non bastano. Una direttrice può consacrare un’immagine, ma non controlla più da sola come quell’immagine circola, viene monetizzata e diventa desiderio collettivo.
Oggi il potere sta nella somma di proprietà, distribuzione, pubblicità, social, celebrity, eventi globali, dati e viralità. La moda non vive più solo sulle passerelle o nelle riviste. Vive negli schermi, nei red carpet, nelle campagne, nelle acquisizioni, nei front row trasformati in contenuto.
La presenza di Dior nel sequel va letta dentro questa trasformazione. Non è solo un marchio elegante piazzato in scena per alzare il tasso di glamour.
Dior rappresenta il nuovo centro operativo: la maison, il gruppo, il budget, l’influenza commerciale. Prada resta il mito culturale del titolo.
È una distinzione importante. Prada dà al film il suo codice simbolico: rigore, potere, sofisticazione, distanza. Dior porta in scena la macchina contemporanea del lusso: relazioni, immagine, capitale, accesso.
Non è una guerra tra marchi. È una guerra tra forme di potere.
Qui sta il vero scarto tra i due film. Il primo raccontava l’ingresso di Andy in un mondo governato dal gusto editoriale. Il secondo racconta quello stesso mondo dopo la sua trasformazione in macchina industriale, finanziaria e mediatica.
Nel 2006 il sogno era entrare nella stanza in cui qualcuno decideva cosa fosse moda. Nel 2026 quella stanza non basta più. Le decisioni si prendono anche nei consigli di amministrazione, nei piani marketing, nei contratti pubblicitari, nei calendari globali, nelle strategie social.
Anche Anna Wintour cambia significato. Nel primo film era il fantasma dietro Miranda, una presenza non dichiarata ma percepita da tutti. Oggi quel riferimento fa parte del mito stesso del franchise.
Miranda non è più solo una possibile caricatura di Wintour. È diventata un archetipo: il volto del potere femminile nella moda, ma anche il simbolo di un’autorità costretta ad adattarsi a un sistema che non controlla più del tutto.
Lo scopo dichiarato del sequel è evidente: riportare al cinema un film cult, riunire un cast iconico, parlare a chi ha amato Miranda, Andy, Emily e Nigel.
Sotto questa superficie, però, c’è una tesi più interessante: la moda ha cambiato padrone.
Nel 2006 comandava chi decideva il gusto. Nel 2026 comanda chi finanzia, distribuisce, amplifica e monetizza quel gusto.
Per questo Il diavolo veste Prada 2 non è solo nostalgia. È il racconto, magari involontario ma molto chiaro, del passaggio dal potere editoriale al potere industriale e mediatico.
Prima Miranda decideva cosa fosse moda. Ora deve negoziare con chi la trasforma in capitale.
E allora la domanda scomoda è questa: se oggi anche Miranda Priestly deve trattare con il marketing, siamo ancora davanti alla moda o solo alla sua strategia commerciale più riuscita?
Romina Tosi
“Questo articolo è stato pubblicato originariamente su LinkedIn
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